6 maggio 1976 – 6 maggio 2026
50 anni fa il grande e drammatico terremoto del Friuli. La gara di solidarietà, l’intuizione profetica di mons. Giovanni Nervo dei gemellaggi tra 80 diocesi italiane e le parrocchie colpite dal sisma
È passato mezzo secolo da quel 6 maggio 1976, quando un fortissimo terremoto stravolse le vite di migliaia di famiglie, distrusse paesi, mise in ginocchio una regione, provocò migliaia e migliaia di morti. Un convegno dal titolo “Servire. Dall’emergenza al coordinamento e all’animazione: 50 anni della Caritas diocesana” in programma a Gemona del Friuli il prossimo fine settimana, a cui presenzierà anche il responsabile di Caritas Padova, don Marco Galletti, ricorderà questo tragico momento per la popolazione friulana e l’impegno della Caritas italiana (con l’esperienza dei gemellaggi tra Diocesi italiane e parrocchie terremotate) e della Caritas locale che nacque da quel tragico evento.
Un’occasione per ricordare, fare memoria di quanti hanno perso la vita e di quanti si sono adoperati per far rinascere la vita dove sembrava non esserci speranza, anche di far emergere un’esperienza di carità che l’allora neonata Caritas italiana, guidata da mons. Giovanni Nervo, attivò e divenne modello anche per altre situazioni calamitose. Ma che rimane anche un segno di Chiesa che ancora oggi, a 50 anni di distanza, ci parla di fratellanza, di vicinanza, di solidarietà, di farsi prossimi.
50 anni fa, infatti, c’era disperazione e tutto da ricostruire a partire dalle persone, oltre che dalle cose e la seconda forte scossa del 15 settembre 1976 piegò ancora di più una popolazione tenace ma troppo provata: «Il terremoto del 6 maggio ha demolito il Friuli, quello di settembre ha demolito i friulani – dichiarava mons. Alfredo Battisti arcivescovo di Udine, originario della Diocesi di Padova – Il primo ha distrutto le case ma ha lasciato la speranza; il secondo sembra aver intaccato anche la speranza».
Una catastrofe che colpì una regione, ma smosse l’intera Italia. La Chiesa di Padova rispose tempestivamente con la vicinanza e gli aiuti: «La sera del 6 maggio il terremoto. L’indomani mattina, il vescovo (mons. Girolamo Bortignon, ndr) invia a Udine il vicario generale, con un messaggio di solidarietà della diocesi a mons. Battisti e con un primo contributo in denaro» si legge nella cronaca di quel momento terribile ricostruita dalla Caritas diocesana per il Bollettino diocesano del 1976. La Diocesi si mobilitò subito insieme alle altre Chiese del Triveneto, che nel giro di pochi giorni mandarono un primo contributo di 50 milioni di lire e da lì iniziò una gara di solidarietà che vide la società civile intera, oltre che le comunità cristiane, attivarsi per i fratelli e le sorelle del Friuli.
«Si distribuiscono gli incarichi: la Caritas avrà il coordinamento generale dell’iniziativa e si occuperà della raccolta di denaro; il Cuamm si occuperà dell’invio del personale nelle zone sinistrate, in accordo con la Prefettura e la Croce Rossa; il Centro delle Comunicazioni sociali e l’Azione cattolica cureranno la raccolta, la selezione, l’imballaggio e la spedizione del materiale, mentre la Radio R3 diffonderà di continuo appelli e segnalazioni», prosegue la cronistoria. E in poco tempo la Diocesi inviò 60 automezzi, carichi di ogni tipo di aiuti, oltre alle offerte raccolte che superarono in prima battuta i 210 milioni di lire.
Un’ondata di solidarietà che vide poi un momento di ulteriore importanza grazie all’intuizione di mons. Giovanni Nervo, di cui si è aperta lo scorso 13 dicembre 2025 la causa di beatificazione, che da pochi anni aveva dato vita alla Caritas italiana: i gemellaggi tra 73 parrocchie colpite del Friuli e 81 Diocesi d’Italia, incoraggiati come segno del nuovo volto della Chiesa maturato dal Concilio, costituendo un vero e proprio modello di condivisione e di solidarietà che si replicò in occasione di altre successive catastrofi.
Fu una palestra per Caritas italiana e per le Caritas che stavano nascendo nelle Diocesi.
I gemellaggi furono un’intuizione profetica e stimolante per le diocesi, per le parrocchie e le comunità cristiane stesse, un modo per rimettere in gioco il senso di essere comunità come ebbe a sottolineare lo stesso Nervo in occasione del quarto convegno nazionale delle Caritas diocesane nel settembre 1977 a Pescara: ««La comunione ecclesiale che si vive in Friuli, questo piccolo ma vivo grano di senapa, non potrebbe diventare un grande albero se fosse piantato anche in altre situazioni di difficoltà presenti nella chiesa italiana e diventasse un costume di vita, ad esempio nel rapporto tra diocesi del nord e diocesi del sud e all’interno di una stessa diocesi fra parrocchie più ricche e parrocchie più povere?».
La Chiesa di Padova venne gemellata con le due parrocchie di Sedilis e Ciseris (e successivamente anche con Zomeais), con degli impegni precisi che vennero man mano documentati dal settimanale diocesano La Difesa del popolo: la costruzione di due centri di comunità per le due parrocchie gemellate con la Diocesi di Padova, per un costo globale di circa 50 milioni di lire; il finanziamento di un campo di lavoro con la presenza costante di un minimo di 17 e un massimo di 50 persone, anche con la presenza di medico e infermiere per gestire due ambulatori; l’invio di qualche sacerdote volontario ad affiancare e sostenere i due parroci; l’invio di una piccola comunità di suore per la cura dei fanciulli e degli anziani e soprattutto la vicinanza spirituale e la disponibilità continua a sostenere ogni necessità per queste due parrocchie gemellate.
Vent’anni dopo quel tragico evento, il 13 novembre 1996, mons. Giovanni Nervo, ricevette la laurea ad honorem in economia e commercio dall’Università di Udine per l’impegno profuso nell’assistenza e nella ricostruzione del Friuli. In quell’occasione propose una lectio brevis sul tema “Il sostegno psicosociale nelle grandi calamità”, in cui ricordò e ringraziò l’impegno dei tanti volontari e la necessità, in eventi di questo tipo, di un sostegno alle persone. «In Friuli – disse – come Caritas italiana sperimentammo due strumenti concreti per l’azione di sostegno psico-sociale, strettamente collegati con la ricostruzione: i gemellaggi e i centri di comunità». I primi come esempio di «presenza continuativa, il vivere insieme la situazione, il mettersi in ascolto e aiutare a trovare insieme risposte ai vari problemi che man mano si presentavano»; i secondi – centri della comunità – come strumenti per «mantenere unità la comunità locale in tutte le sue espressioni comunitarie, dalla messa domenicale all’assemblea comunale, alla festa del paese» laddove non era rimasto in piedi nulla.
«Questa – concludeva mons. Nervo – è la cultura povera, che nasce dall’esperienza e dalla vita».
«Questo anniversario – sottolinea il vescovo Claudio Cipolla – è un’occasione importante per fare memoria di una catastrofe che ha segnato la storia di una popolazione, ma anche per dire grazie a quanti hanno servito e aiutato in quel tragico momento. In particolare un grazie per tutti a mons. Giovanni Nervo, che riuscì con la sua lungimiranza a trovare una strada e un metodo – quello dei gemellaggi – per essere vicini ai fratelli e alle sorelle provati dalla morte, dalla sofferenza e dalla distruzione; per essere Chiesa, vicina nella sofferenza con l’aiuto concreto e con la vicinanza umana e spirituale. Un esempio di carità vissuta nel senso più pieno che diventa esempio sempre attuale per le nostre comunità oggi».
Al 50° anniversario del terremoto del Friuli dedica un approfondimento il numero in uscita del settimanale diocesano La Difesa del popolo, ricostruendo quei momenti, e dando voce ai testimoni di allora.
Sabato 2 maggio a Gemona del Friuli, oltre al responsabile di Caritas Padova, don Marco Galletti, sarà presente anche una delegazione proveniente da Solagna (terra d’origine della famiglia di don Giovanni Nervo, in provincia di Vicenza, ma diocesi di Padova) proprio per ricordare l’impegno profuso dal sacerdote allora alla guida di Caritas italiana per questa emergenza.
Padova, 29 aprile 2026
CS 66/2026
CS 66/2026
